La svegliò un cane che abbaiava di dispetto proprio sotto la sua finestra. Era giorno.
Provò a coprirsi le orecchie con il cuscino e a stringersi il più possibile sotto le coperte e poi però dovette cedere. Avvolta in una coperta di lana allungò il collo fuori e la vide: Gea.
Sorrise suo malgrado, pure trovando inopportuno quel richiamo di primo mattimo e inopportuna pure l’idea del suo padrone, che tanto insisteva sulle proprietà magiche dell’oggetto venduto. L’apparizione del sosia (giovane, questo non si era detto) di Dalì suonò fastidiosa come il cardine di una porta non oliata. Pure (sapore delle coincidenze) dovette cedere alle resistenze della sua ragione e credere al decantato prodigio che tanto l’aveva sorpresa e spaventata e che ora si manifestava proprio accanto a lei. Sì, sul davanzale accanto –casa abbandonata a se stessa dopo la migrazione dei vecchi padroni – durante la notte era fiorita una rosa, con tanto di stelo e spine e foglie. Ancora un bocciolo ma se non il freddo non l’avesse congelata di sicuro si sarebbe aperta. E alla base, nel vaso di coccio, dove fino alla sera prima non c’era che terra e ghiaccio a soffocare l’erba selvatica che aveva avuto l’ardire di continuare a sopravvivere d’autunno, un paio di tondeggianti uova di pappagallo, crepate in cima dal becco che chiedeva di uscire.
E no… Questo voleva dire diventare pazzi allora? Un caffè, voglio un caffè, e addio Gea, addio sosia di Dalì, addio pure al mio idolo arrugginito che forse il caso di lanciare fuori dalla finestra, perché ha qualcosa di strano, qualcosa che non capisco, che mi fa paura ecco. Non ci sono rose, né pappagalli…
Richiusa la finestra, davanti allo sguardo deluso del sosia di Dalì che aveva sperato lì, sotto casa sua, lei si strinse ancora di più nella coperta e andò a guardarsi nello specchio, quasi per sincerarsi di essere sempre la stessa e che non le fossero spuntate rose in una guancia o piume tra i capelli.
Lasciò scorrere più a lungo del solito l’acqua nella vasca tanto che da farla straripare brevemente. Un’inondazione fatta in casa, sulle piastrelle e sul tappeto e sulle ciabatte e sulle propaggini basse del monte della biancheria da lavare già pronta per essere infilata nella lavatrice.
Poi, anche la testa sott’acqua, trattengo il respiro e chiudo gli occhi. Mi nuotano i capelli attorno. E sento, sì, lo sento, che è la stessa sensazione provata di fronte al grosso pesce baffuto. E all’improvviso ho freddo, pure se l’acqua è calda. E ho paura di trovarmi a comprare mangime per pappagalli e allevare i due pennuti nati fuori luogo e fuori tempo (così freddo fa) a scompaginare le falangi dei miei pensieri.
Riemerse. Il sosia di Dalì… Saperne qualcosa di più. O forse andare da un medico…
Non pensò di parlarne a qualcuno dei suoi amici. Sarebbe stato il sigillo della sua eccentricità. Ecco così una buona volta anziché giudicarla la persona troppo saggia finalmente avrebbe capovolto tutto: la più folle di tutti, la più ingenua, tanto da credere che quello che produce una vecchia macchina da scrivere magicamente si realizzi.
Eppure si sforzò abbastanza bene di non pensare. L’idolo silente…Si sforzò di concentrarsi sulla sua vita di cui non era del tutto soddisfatta. Si sforzò di rimescolare le carte. E se ne andava in giro con La verità, vi prego, sull’amore di Auden. (quando capita che un libro ci scelga, ci chiami dagli scaffali di una libreria…).
Pensò di curare l’ansia con i fiori di Bach, ma senza essere poi convinta dell’utilità della cura. Cercò invece tutti i rimedi possibili al sonno disturbato. Camomilla…tanta camomilla.
Evitò accuratamente il mercatino e il padrone di Gea.
Non è vero niente…
Ma la polvere che si posava sulla lettera G e un po’ più in là - all’improvviso uno strato spesso di polvere – chiedeva di essere tolta.
La sera invernale era lunga e malinconica e il sonno non veniva nonostante la stanchezza. L’idea era martellante e allora sì, con uno straccio, si decise a togliere la polvere e poi, titubante, appoggiò sul tavolino la tazza di tisana fumante e prese un foglio bianco.
Ci riprovo sì, scrivo una cosa a caso, una cosa che non può capitare.
Per esempio di una rosa d’inverno. E di un nido nel vaso della rosa. Un nido di pappagalli. Si crepano delicatamente le uova ai becchi smaniosi di aria. Ma come sopravviverebbero degli uccelli appena nati con il freddo che fa…
Scrisse e aspettò… Cosa doveva succedere tutto insieme? Una rosa poteva spuntare d’un tratto sul suo davanzale? Oppure nel vaso della cucina?
Gironzolò per casa a piedi nudi per un po’ aspettandosi all’improvviso uno stormo di giovani pappagalli. Però no, niente. E andò a dormire –finalmente- con il sollievo di chi può dire “era tutta suggestione e quell’uomo deve essere pazzo”.

E così la ragazza dai capelli scuri se n’è andata lasciando il sosia di Dalì muto e pensieroso. Quando non è possibile dire di più. Quando forse le cose vanno scoperte da soli, provate sulla pelle… Gea ha fissato la figura in nero fuggire con passo malsicuro attraverso i banchi, con un mugolio di rimpianto per le carezze or ora cessate. E per i lacci. Non dimentichiamoci i lacci.
E lei sente ora bruciarle tra le braccia il suo idolo pericoloso. Non basta pensare che sia tutta una follia per convincersi che non sia vero. No, ecco, non ci vuole pensare. Ma non è facile. L’inquietudine punge sotto la lingua. Un soprammobile, farne un soprammobile. E basta. Così, nel dubbio non accadrà nulla. Ma le leggi della fisica…? Insomma come si fa a pensare che sia davvero possibile mutare le cose, cambiare i destini solo scrivendo due righe con una macchina da scrivere? Che non ha niente di speciale tra l’altro. Un po’ arrugginita, un po’ troppo vecchia, anche un po’ troppo rovinata. Anche se comunque splendida.
Non pensiamoci, no. Ecco, per ora, un originale soprammobile.
Così è.
E pensiamo momentaneamente ad altro, facciamo finta di dimenticarci. A volte capita, no? A volte il sapore delle coincidenze ci resta attaccato alla pelle costringendoci a costruire dei delicatissimi mondi, anche se non vogliamo. Per la ragazza dai capelli scuri non si tratta solo di una coincidenza. Pensiamo a quando dovesse pungere di più.
- La macchina non ha niente. Solo un po’ di polvere.
Così si sente dire dal sosia di Dalì. Ma lui non l’ha quasi neanche guardata la macchina. E allora la ragazza dai capelli scuri si fa perplessa, ed è perplessa pure mentre Gea le stampa sul cappotto buono le sue zampe fangose. Niente di che, si intende, solo una sosta alla lavanderia non prevista. Ecco, sì, solo questo.
- ma allora perché non funziona?
Il sosia di Dalì si gratta un sopracciglio con aria perplessa, richiama Gea che sta esagerando con le sue dimostrazioni di affetto.
- davvero non si è resa conto di cosa è successo?
Ma la risposta delle pupille stupite è più eloquente di qualunque parola.
Bene.
E allora forse è il caso di dirla la verità, una buona volta, anche se sembrerà follia.
Ed ecco una sedia apparsa da sotto il banco a sorreggere l’incredulità. La ragazza si appoggia ma non sa perché deve appoggiarsi. Però lo fa e intanto scrolla come può le tracce di fango all’altezza delle ginocchia, e accarezza Gea dietro le orecchie per tenerla buona.
Il sosia di Dalì ha occhi vivaci e baffi più all’insù di sempre.
E accade. Tutta la verità in quella frase che teme e si aspetta. E quanto più se l’aspetta tanto più si ribella.
E no, non può essere. Non scherziamo. Qui stiamo parlando di una macchina da scrivere mica di un congegno magico. E poi no, non esistono congegni magici. E poi sì, ho una clamorosa fantasia, ma questa no, non si chiama fantasia, questa è follia.
Scattare dalla punta della sedia in piedi deludendo la testa di cane cucciolo che già mugola disapprovazione.
E sentire intanto uno strano rullio al posto del muscolo cardiaco. Si chiami paura. Si chiami sorpresa… comunque si chiami è lì: un rullio che è un po’ angoscioso.
Reagire accusando il sosia di Dalì? Accusandolo di pazzia? Forse dovrebbe, potrebbe. Forse. Ma non cesserebbe quello strano rullio che le causa la certezza della verità.
- vado a casa, sì. Vado a casa, è meglio. Grazie per la macchina. Ora funzionerà. Ne sono certa.
È passata un’altra settimana. Semplice. Sì, l’aperitivo con un amico. Il concerto jazz in un locale lungo il fiume. Poi niente. La macchina da scrivere a riposare sotto una stoffa perché non si carichi di polvere. In attesa che il sosia di Dalì suggerisca il da farsi.
Il ricordo delle percezioni sbiadisce sempre, il ricordo delle coincidenze, quelle che ci hanno fatto sobbalzare quasi per una strana indefinibile paura (che sì, si può forse chiamare paura), in parte resta, ma si fa silenzioso. Non crea fastidi.
Il sosia di Dalì alleva gatti per lei e lei lo ignora. È che un gatto non può mancare in una casa con macchina da scrivere. I gatti fanno sempre bene all’ispirazione, oltre ad abbassare la pressione se uno ha problemi di ipertensione. Ma questo non è il caso della ragazza dai capelli scuri. Solo l’idea è passata per un attimo nella mente del sosia di Dalì.
È così. Alleva gatti per lei. In casa c’è Gea e accanto al mercatino ci sono i gatti. Arrivano a frotte e si appostano dietro le macchine in sosta a distanza di sicurezza dal cane giovane. Il sosia di Dalì si porta sempre dietro qualcosa per loro e non dubita che un giorno troverà il gatto giusto per lei.
Per ora c’è da aspettarla. E questa volta arriverà. Si sistema la sciarpa attorno al collo intanto. Fa un fischio a Gea che si è allontanata troppo inseguendo rari piccioni. Risponde ad una signora che gli chiede il prezzo di una statua. e poi eccola: prima di vederla sente il suo passo tra la gente. Ha i capelli raccolti sotto il cappello, tanto che sembra li abbia tagliati, e ha una sciarpa rossa tirata sulla bocca, e poi ha dei guanti multicolore, e ha il suo idolo silenzioso sotto il braccio, protetto da una stoffa chiara.
La ragazza dai capelli scuri si ferma davanti al banco, fa una carezza a Gea che è venuta a giocare coi lacci delle sue scarpe, aspetta che le due signore davanti a lei vadano via. E ha gli occhi bassi e non si accorge che il sosia di Dalì guarda lei, aspetta lei, e che quasi non risponde alle richieste delle due donne in pelliccia davanti a lui.
E poi infine, eccoli di fronte. Lei ha una gran voglia di raccontare dell’uomo con la barba, della pozzanghera e del pesce baffuto, ma poi si rende conto che non ha senso, che tutte quelle divagazioni (sì, perché altro non sono se non divagazioni della sua testa) non possono interessare ad uno sconosciuto, e che è andata lì per la macchina, solo per la macchina. Arrossisce, senza volerlo. E tutto quello che le è venuto in mente è messo a tacere. Resta un “questa macchina deve avere qualche problema; può aiutarmi?”
E il sosia di Dalì che un attimo prima si aspettava una confessione, e in punta di piedi attendeva, e non stava più nella pelle, e si diceva “ha capito, certo che ha capito”, deve tendere le braccia con una certa visibile delusione per prendere l’idolo infagottato.
E lei se ne accorge, si accorge per forza della sua delusione, anche perché è sensibile questa ragazza dai capelli scuri. Strano che ancora non abbia capito qual è la verità.

Llevaba más de media hora en aquella inhóspita sala de espera, sin que me atendiera nadie, cuando se abrió la puerta y apareció una mujer en cuya frente estaba escrito mi destino.
Letto in « Cuentos con Cervantes », che a Madrid hanno stampato in occasione del centenario del Quijote. una serie di racconti assurdi, che immagino non tradotti in italiano. ma questo, ragazzi miei, contiene delle verità sacrosante. e anche a chi mastica poco lo spagnolo non può sfuggire questa storia del destino scritto sulla fronte. già, proprio così. il protagonista aspetta in una sala e non si sa bene che aspetta. in realtà non lo sa neppure lui. ed ecco che entra qualcuno et voilà, si tratta di una delle donne sulla cui fronte sta scritto il suo destino.
dico vi è mai capitato di trovare qualcuno sul cui volto stava scritto il vostro destino?e soprattutto vi è mai capitato di pensare che sul volto di qualcuno può stare scritto il vostro destino?
a me credo di sì, credo che sia capitato. e non lo sapevo...
un brivido