E così la ragazza dai capelli scuri se n’è andata lasciando il sosia di Dalì muto e pensieroso. Quando non è possibile dire di più. Quando forse le cose vanno scoperte da soli, provate sulla pelle… Gea ha fissato la figura in nero fuggire con passo malsicuro attraverso i banchi, con un mugolio di rimpianto per le carezze or ora cessate. E per i lacci. Non dimentichiamoci i lacci.
E lei sente ora bruciarle tra le braccia il suo idolo pericoloso. Non basta pensare che sia tutta una follia per convincersi che non sia vero. No, ecco, non ci vuole pensare. Ma non è facile. L’inquietudine punge sotto la lingua. Un soprammobile, farne un soprammobile. E basta. Così, nel dubbio non accadrà nulla. Ma le leggi della fisica…? Insomma come si fa a pensare che sia davvero possibile mutare le cose, cambiare i destini solo scrivendo due righe con una macchina da scrivere? Che non ha niente di speciale tra l’altro. Un po’ arrugginita, un po’ troppo vecchia, anche un po’ troppo rovinata. Anche se comunque splendida.
Non pensiamoci, no. Ecco, per ora, un originale soprammobile.
Così è.
E pensiamo momentaneamente ad altro, facciamo finta di dimenticarci. A volte capita, no? A volte il sapore delle coincidenze ci resta attaccato alla pelle costringendoci a costruire dei delicatissimi mondi, anche se non vogliamo. Per la ragazza dai capelli scuri non si tratta solo di una coincidenza. Pensiamo a quando dovesse pungere di più.
E no, non dovrebbe dispiacermi così tanto… è solo un film. Solo un film che qualcuno ha rubato perché per caso era in uno zaino momentaneamente abbandonato su una sedia in un locale.
No, proprio no.
E invece.
E invece lo so che la mia faccia è più triste di quel che meriti un dvd.
Le conseguenze dell’amore.
Prestato. Dopo richieste e richieste.
L’incauto amico non se n’è preso cura abbastanza.
Tutto passa. Non è forse così? e come non avrò più notizie del donatore, così non saprò più nulla di quali strade avrà preso il film.
Peccato. A parte tutto era veramente un bel film e l’avrei rivisto con piacere. Forse anche stasera l’avrei rivisto…
- La macchina non ha niente. Solo un po’ di polvere.
Così si sente dire dal sosia di Dalì. Ma lui non l’ha quasi neanche guardata la macchina. E allora la ragazza dai capelli scuri si fa perplessa, ed è perplessa pure mentre Gea le stampa sul cappotto buono le sue zampe fangose. Niente di che, si intende, solo una sosta alla lavanderia non prevista. Ecco, sì, solo questo.
- ma allora perché non funziona?
Il sosia di Dalì si gratta un sopracciglio con aria perplessa, richiama Gea che sta esagerando con le sue dimostrazioni di affetto.
- davvero non si è resa conto di cosa è successo?
Ma la risposta delle pupille stupite è più eloquente di qualunque parola.
Bene.
E allora forse è il caso di dirla la verità, una buona volta, anche se sembrerà follia.
Ed ecco una sedia apparsa da sotto il banco a sorreggere l’incredulità. La ragazza si appoggia ma non sa perché deve appoggiarsi. Però lo fa e intanto scrolla come può le tracce di fango all’altezza delle ginocchia, e accarezza Gea dietro le orecchie per tenerla buona.
Il sosia di Dalì ha occhi vivaci e baffi più all’insù di sempre.
E accade. Tutta la verità in quella frase che teme e si aspetta. E quanto più se l’aspetta tanto più si ribella.
E no, non può essere. Non scherziamo. Qui stiamo parlando di una macchina da scrivere mica di un congegno magico. E poi no, non esistono congegni magici. E poi sì, ho una clamorosa fantasia, ma questa no, non si chiama fantasia, questa è follia.
Scattare dalla punta della sedia in piedi deludendo la testa di cane cucciolo che già mugola disapprovazione.
E sentire intanto uno strano rullio al posto del muscolo cardiaco. Si chiami paura. Si chiami sorpresa… comunque si chiami è lì: un rullio che è un po’ angoscioso.
Reagire accusando il sosia di Dalì? Accusandolo di pazzia? Forse dovrebbe, potrebbe. Forse. Ma non cesserebbe quello strano rullio che le causa la certezza della verità.
- vado a casa, sì. Vado a casa, è meglio. Grazie per la macchina. Ora funzionerà. Ne sono certa.
È passata un’altra settimana. Semplice. Sì, l’aperitivo con un amico. Il concerto jazz in un locale lungo il fiume. Poi niente. La macchina da scrivere a riposare sotto una stoffa perché non si carichi di polvere. In attesa che il sosia di Dalì suggerisca il da farsi.
Il ricordo delle percezioni sbiadisce sempre, il ricordo delle coincidenze, quelle che ci hanno fatto sobbalzare quasi per una strana indefinibile paura (che sì, si può forse chiamare paura), in parte resta, ma si fa silenzioso. Non crea fastidi.
Il sosia di Dalì alleva gatti per lei e lei lo ignora. È che un gatto non può mancare in una casa con macchina da scrivere. I gatti fanno sempre bene all’ispirazione, oltre ad abbassare la pressione se uno ha problemi di ipertensione. Ma questo non è il caso della ragazza dai capelli scuri. Solo l’idea è passata per un attimo nella mente del sosia di Dalì.
È così. Alleva gatti per lei. In casa c’è Gea e accanto al mercatino ci sono i gatti. Arrivano a frotte e si appostano dietro le macchine in sosta a distanza di sicurezza dal cane giovane. Il sosia di Dalì si porta sempre dietro qualcosa per loro e non dubita che un giorno troverà il gatto giusto per lei.
Per ora c’è da aspettarla. E questa volta arriverà. Si sistema la sciarpa attorno al collo intanto. Fa un fischio a Gea che si è allontanata troppo inseguendo rari piccioni. Risponde ad una signora che gli chiede il prezzo di una statua. e poi eccola: prima di vederla sente il suo passo tra la gente. Ha i capelli raccolti sotto il cappello, tanto che sembra li abbia tagliati, e ha una sciarpa rossa tirata sulla bocca, e poi ha dei guanti multicolore, e ha il suo idolo silenzioso sotto il braccio, protetto da una stoffa chiara.
La ragazza dai capelli scuri si ferma davanti al banco, fa una carezza a Gea che è venuta a giocare coi lacci delle sue scarpe, aspetta che le due signore davanti a lei vadano via. E ha gli occhi bassi e non si accorge che il sosia di Dalì guarda lei, aspetta lei, e che quasi non risponde alle richieste delle due donne in pelliccia davanti a lui.
E poi infine, eccoli di fronte. Lei ha una gran voglia di raccontare dell’uomo con la barba, della pozzanghera e del pesce baffuto, ma poi si rende conto che non ha senso, che tutte quelle divagazioni (sì, perché altro non sono se non divagazioni della sua testa) non possono interessare ad uno sconosciuto, e che è andata lì per la macchina, solo per la macchina. Arrossisce, senza volerlo. E tutto quello che le è venuto in mente è messo a tacere. Resta un “questa macchina deve avere qualche problema; può aiutarmi?”
E il sosia di Dalì che un attimo prima si aspettava una confessione, e in punta di piedi attendeva, e non stava più nella pelle, e si diceva “ha capito, certo che ha capito”, deve tendere le braccia con una certa visibile delusione per prendere l’idolo infagottato.
E lei se ne accorge, si accorge per forza della sua delusione, anche perché è sensibile questa ragazza dai capelli scuri. Strano che ancora non abbia capito qual è la verità.