Niente mercatino. I passi riportano a casa. Sperando taccia il tamburo che ha nei polmoni dopo quello che è successo. O non è successo.
I passi riportano a casa, al caldo rassicurante della stanza dalle pareti pastello.
In bagno il vapore dell’acqua calda ha fatto una spessa nuvola. Sullo specchio il profilo è sfumato. Prova a disegnare un sorriso con un dito.
Poi sprofonda nella vasca. (Lo stesso bisogno che può sentire chi si è appena inzuppato di pioggia gelata).
La macchina da scrivere è inceppata. È un fatto. Ma dovrà aspettare qualche giorno prima che il sosia di Dalì dia un’occhiata e emani il suo responso. Intanto, tolta la plastica – umida, inspiegabilmente umida – eccola al posto che le è stato consacrato: le persiane sono accostate, filtra la luce, un raggio proprio sulla lettera G.
E il respiro è ancora agitato, una strana sensazione, mentre la ragazza con i capelli scuri prova a scaldarsi, solo la testa fuori dalla schiuma.
(Laudata sii sorella acqua…)
-solo una fantasia, solo una fantasia, solo una fantasia.
E ripeterselo, ripeterselo più volte possibile, come per convincersene, quando il ricordo è forte, tenace, il ricordo del pesce grigio tra le onde dei capelli, occhi negli occhi, di fronte alla sua faccia.
-basta.
E sprofondare, anche con la testa, ad occhi chiusi…E restare a mollo, fino a farsi venire le grinze sui polpastrelli, restare a mollo fino a spaesarsi, fino a che il pensiero si stordisce e resta solo un immenso bisogno di dormire.
“Esiste nel regno delle possibilità un numero di infiniti amori…”
Così è.
Ed è una sorpresa nella sua banalità. Perché certe cose le sappiamo ma forse non le sappiamo abbastanza. Prima di pensarle davvero, prima di concentrarci a saperle.
Ogni incontro, ogni mano che incontra un’altra mano, ogni passo a due non è che una delle infinite possibilità.
E ora, in questo preciso momento, pensarci mi fa sentire improvvisamente leggera. Talmente leggera che invece di scrivere potrei ballare.
(Leggendo Kundera, come qualcuno un giorno mi aveva chiesto di fare....)

C’è nell’aria l’odore della pioggia recente. Poche auto nel pomeriggio domenicale. Qualche bicicletta qua e là. Qualche cane con padrone a delimitare il territorio lungo il fiume.
E poi pozzanghere. Numero uno. Numero due. Numero tre. Una collezione di pozzanghere lungo il viale. Ognuna ha una forma diversa nella carezza del sole che ritorna. Ognuna riflette qualcosa. La porta di un palazzo. Il palo e i colori del semaforo. Degli alberi… dei rami di alberi quasi spogli, cornici di nuvole stracciate.
E un piede calzato di scarpa ballerina casualmente si bagna. Si inumidisce la punta, la suola di gomma, giusta per non scivolare. Ed è allora che accade l’inatteso. È allora che gli occhi abbassati a cercare il riflesso dei rami incontrano lo sguardo acquatico di un pesce grigio che sbatte brevemente la coda proprio tra un braccio d’albero e l’altro. Allora, proprio quando il peso del corpo è sull’altro piede, quello sull’asciutto del marciapiedi…
La ragazza con i capelli scuri, che ha la macchina da scrivere protetta sotto un’incerata e una borsa a tracolla (la solita borsa a tracolla), per un attimo perde l’equilibrio. È un momento, appena il tempo di un respiro, eppure è un tempo lunghissimo. Quando la gamba affonda nell’acqua. Le ballerine, entrambe si dimenano come pinne. O ci provano. Troppa acqua. Acqua di fiume? Acqua piovana. Abbastanza dolce. Acqua da pesce di fiume… I capelli si disfano, si allungano come morbidi sottili tentacoli. Mentre la macchina da scrivere resta stretta al petto, mentre la borsa si solleva e si solleva il cappotto. E manca l’aria. E il pesce nuota attorno a lei, attorno alla sciarpa all’improvviso aureola, attorno alle ballerine. E l’acqua è fredda, come tutta l’acqua d’inverno.
Congelarsi dalla sorpresa e per l’impatto. D’acqua gli occhi e le labbra d’un tratto, d’acqua le mani, le dita che si sforzano di tenere la macchina stretta al corpo, perché non affonda, perché non precipiti chissà dove chissà quando.
E per la sorpresa non riuscire a nuotare.
E con il suo idolo che le ingombra le braccia non sapere che fare.
Finché la borsa di apre. Il pesce grigio fin lì, a sfiorare con le sue branchie il gancio che la chiude. E il foglio esce. Sì, proprio quel foglio. Il foglio della prima maldestra e folle improvvisazione.
Ma non è successo nulla. È stato solo un inciampo e nell’inciampo un volo della fantasia impazzita. Riprende l’equilibrio e riprende fiato e si scuote e riflette. E le ballerine sono entrambe bagnate. Ma la pozzanghera è una pozzanghera e il pesce non esiste ed esistono solo i lunghi riflessi dei rami d’inverno. E la macchina da scrivere avvolta nella plastica un po’ bagnata. E la borsa a tracolla aperta. Aperta? E i capelli umidi, ma solo un po’. E dei fogli per terra. Sfuggiti alla borsa. Il vento? E lì, nella pozzanghera breve scolorisce l’invenzione del giorno dell’acquisto.
Non è stato nulla.
Che idee. Un pesce grigio… sprofondare… soffocare nell’acqua.
- non devo neppure scriverle certe invenzioni folli.
Ma mentre lo pensa ecco scolorano le lettere, scompaiono. E si restringe la pozzanghera. Ne resta un ricordo leggero nell’aria di sole invernale.
Piove di nuovo, ma dolcemente, a gocce rade.
Il sosia di Dalì, con la giovane Gea, legge un libro antico riparandosi la testa sotto la tettoia del mercatino. E attende. Attende che la ragazza dai capelli scuri ritorni. Per sorriderle e forse per spiegarle. Anche se forse è presto. Anche se forse è ancora lontana la consapevolezza.
Il tenero affollato mondo del mercatino si anima di lei ogni volta che, al rintocco domenicale, si ascoltano i suoi passi sulle pietre della piazza. Gea tende l’orecchio di cane cucciolo. Dalì smette di leggere e aspetta. La sfera di cristallo non svela nulla. I fondi di caffè meno che mai.
Sono tutti un po’ magici, tutti i mercatini del mondo. Con tutta la polvere di esistenze diverse che gli oggetti conservano.
(Come vuoi che non ci sia nel resto anche qualche grano sensibile, qualche soffio di essenza soprannaturale).
Uno due tre
Tic tac tic
Ma l’ingranaggio si inceppa, le lettere qualche volta si sovrappongono, si accavallano, incapaci di allinearsi con ordine su una riga. Perché?
La ragazza dai capelli scuri si spazientisce. Sorseggia la sua tisana nella stanza dalle pareti pastello e si spazientisce. Ascolta la pioggia scendere ritmicamente dalla grondaia e si spazientisce.
Che c’è che non va nel suo silenzioso idolo arrugginito? Guarda riguarda, cerca polvere da togliere, invisibile polvere che possa fare da inciampo. Cerca qualcosa che non va nei tasti. E invece no. Tutto sembra a posto. È nei suoi polpastrelli che si condensa l’ansia, l’ansia e il dubbio di non sapere, l’ansia e la confusione del troppo pensare.
Ok, appena smette di piovere, si va dal sosia di Salvador Dalì a chiedere spiegazioni.
I giorni sono tutti uguali al museo. La polvere eternamente si posa. Portano gruppi di bambini in giro ogni tanto e allora ci si può divertire a scambiarsi le boccacce con loro come non si avesse più di dieci anni. L’infanzia finalmente.
Perché crescere può anche essere restare bambini, infinitamente bambini. Almeno in una zona del cuore. E con quella zona osare tutto ciò che si può osare, non credere che i giochi siano già fatti.
La ragazza dai capelli scuri lavora alla biglietteria. Oggi le bruciano i polpastrelli dal troppo scrivere. Più ideale che reale… più pensato che tentato. Perché la vecchia macchina da scrivere ogni tanto ha un sussulto, come di cosa antica che fatica ad accettare la sua resurrezione, e allora lei pensa che forse è il caso di parlarne con il signor sosia di Dalì, lì al mercatino, nella speranza che sappia darle la soluzione. Una medicina per il singhiozzo senile della machine à écrire…
Pensa al suo idolo silenzioso che prende il sole stentato di dicembre nell’aroma di caffè della stanza dalle pareti color pastello. E poi, dietro, tutti vagoni di pensieri altri, tutti quelli che la concentrazione della novità ha apparentemente cancellato.
E allora chiedersi perché tutti questi giorni sempre uguali. E interrogarsi intanto sul destino di uno due tre amici. E pensare che è naturale che un giorno ognuno di loro si cerchi un uomo, una donna, e poi un appartamento, non troppo piccolo, non troppo lussuoso, non troppo vicino al fiume, ideale sarebbe con due metri di giardino davanti e una cuccia per il cane.
Appoggiato il mento sul palmo della mano attende la coppia di turisti che non si decide e ammira per un istante le dita che si sfiorano con naturalezza, quelle dita rugose di settantenni che hanno deciso di girare il mondo. Beati, sempre beati. Forse. Per questo amore che dura, se non è forse abitudine più che amore. Ma l’amore può durare? Ma l’amore è quello dei compromessi della ragazza con cui divide l’appartamento? Della tenera insicura ragazza un po’ cresciuta, che ha paura, anzi no che dico paura, terrore, degli anni che passano e vorrebbe, anzi no pretende, una casa e un figlio, l’ultimo che la biologia può permetterle (dice lei). Se è questo l’amore, questi compromessi, uno dopo l’altro, e rinunciare alle passioni, spegnerle, stemperarle, e negarsi, dolcemente cambiarsi, e fare il bucato e stendere le lavatrici, perché lui no, non è capace. Se è questo l’amore, questa paura di osare di più, questo addormentarsi nell’abitudine, e insoddisfatti lasciarsi vivere. Perché meglio con qualcuno che soli. Anche se con questo qualcuno il sapore non è quello che ci si aspetterebbe, ma solo un tepore (e neppure troppo) di coperta d’inverno.
Un affollamento di pensieri, proprio mentre i turisti, una coppia di vecchi tedeschi, chiedono i biglietti, sempre tenendosi per mano. Con dolcezza signori, con dolcezza. L’amore con dolcezza a settant’anni.
E poi la mostra. Esposizione temporanea. Sempre amore, sempre passione è. Come fare a non pensarci.
“Far riparare la macchina da scrivere, sì far riparare la macchina”