giovedì, 30 luglio 2009

XIII

La svegliò un cane che abbaiava di dispetto proprio sotto la sua finestra. Era giorno.

Provò a coprirsi le orecchie con il cuscino e a stringersi il più possibile sotto le coperte e poi però dovette cedere. Avvolta in una coperta di lana allungò il collo fuori e la vide: Gea.

Sorrise suo malgrado, pure trovando inopportuno quel richiamo di primo mattimo e inopportuna pure l’idea del suo padrone, che tanto insisteva sulle proprietà magiche dell’oggetto venduto. L’apparizione del sosia (giovane, questo non si era detto) di Dalì suonò fastidiosa come il cardine di una porta non oliata. Pure (sapore delle coincidenze) dovette cedere alle resistenze della sua ragione e credere al decantato prodigio che tanto l’aveva sorpresa e spaventata e che ora si manifestava proprio accanto a lei. Sì, sul davanzale accanto –casa abbandonata a se stessa dopo la migrazione dei vecchi padroni – durante la notte era fiorita una rosa, con tanto di stelo e spine e foglie. Ancora un bocciolo ma se non il freddo non l’avesse congelata di sicuro si sarebbe aperta. E alla base, nel vaso di coccio, dove fino alla sera prima non c’era che terra e ghiaccio a soffocare l’erba selvatica che aveva avuto l’ardire di continuare a sopravvivere d’autunno, un paio di tondeggianti uova di pappagallo, crepate in cima dal becco che chiedeva di uscire.

E no… Questo voleva dire diventare pazzi allora? Un caffè, voglio un caffè, e addio Gea, addio sosia di Dalì, addio pure al mio idolo arrugginito che forse il caso di lanciare fuori dalla finestra, perché ha qualcosa di strano, qualcosa che non capisco, che mi fa paura ecco. Non ci sono rose, né pappagalli…

Richiusa la finestra, davanti allo sguardo deluso del sosia di Dalì che aveva sperato lì, sotto casa sua, lei si strinse ancora di più nella coperta e andò a guardarsi nello specchio, quasi per sincerarsi di essere sempre la stessa e che non le fossero spuntate rose in una guancia o piume tra i capelli.

 

Lasciò scorrere più a lungo del solito l’acqua nella vasca tanto che da farla straripare brevemente. Un’inondazione fatta in casa, sulle piastrelle e sul tappeto e sulle ciabatte e sulle propaggini basse del monte della biancheria da lavare già pronta per essere infilata nella lavatrice.

 

Poi, anche la testa sott’acqua, trattengo il respiro e chiudo gli occhi. Mi nuotano i capelli attorno. E sento, sì, lo sento, che è la stessa sensazione provata di fronte al grosso pesce baffuto. E all’improvviso ho freddo, pure se l’acqua è calda. E ho paura di trovarmi a comprare mangime per pappagalli e allevare i due pennuti nati fuori luogo e fuori tempo (così freddo fa) a scompaginare le falangi dei miei pensieri.

 

Riemerse. Il sosia di Dalì… Saperne qualcosa di più. O forse andare da un medico…

Non pensò di parlarne a qualcuno dei suoi amici. Sarebbe stato il sigillo della sua eccentricità. Ecco così una buona volta anziché giudicarla la persona troppo saggia finalmente avrebbe capovolto tutto: la più folle di tutti, la più ingenua, tanto da credere che quello che produce una vecchia macchina da scrivere magicamente si realizzi.

postato da: Narina alle ore 09:00 | link | commenti
categorie: racconto
martedì, 28 luglio 2009

XII

Eppure si sforzò abbastanza bene di non pensare. L’idolo silente…Si sforzò di concentrarsi sulla sua vita di cui non era del tutto soddisfatta. Si sforzò di rimescolare le carte. E se ne andava in giro con La verità, vi prego, sull’amore di Auden. (quando capita che un libro ci scelga, ci chiami dagli scaffali di una libreria…).

Pensò di curare l’ansia con i fiori di Bach, ma senza essere poi convinta dell’utilità della cura. Cercò invece tutti i rimedi possibili al sonno disturbato. Camomilla…tanta camomilla. 

Evitò accuratamente il mercatino e il padrone di Gea.

Non è vero niente…

 

Ma la polvere che si posava sulla lettera G e un po’ più in là - all’improvviso uno strato spesso di polvere – chiedeva di essere tolta.

La sera invernale era lunga e malinconica e il sonno non veniva nonostante la stanchezza. L’idea era martellante e allora sì, con uno straccio, si decise a togliere la polvere e poi, titubante, appoggiò sul tavolino la tazza di tisana fumante e prese un foglio bianco.

Ci riprovo sì, scrivo una cosa a caso, una cosa che non può capitare.

Per esempio di una rosa d’inverno. E di un nido nel vaso della rosa. Un nido di pappagalli. Si crepano delicatamente le uova ai becchi smaniosi di aria. Ma come sopravviverebbero degli uccelli appena nati con il freddo che fa…

Scrisse e aspettò… Cosa doveva succedere tutto insieme? Una rosa poteva spuntare d’un tratto sul suo davanzale? Oppure nel vaso della cucina?

Gironzolò per casa a piedi nudi per un po’ aspettandosi all’improvviso uno stormo di giovani pappagalli. Però no, niente. E andò a dormire –finalmente- con il sollievo di chi può dire “era tutta suggestione e quell’uomo deve essere pazzo”.

postato da: Narina alle ore 12:24 | link | commenti
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