- La macchina non ha niente. Solo un po’ di polvere.
Così si sente dire dal sosia di Dalì. Ma lui non l’ha quasi neanche guardata la macchina. E allora la ragazza dai capelli scuri si fa perplessa, ed è perplessa pure mentre Gea le stampa sul cappotto buono le sue zampe fangose. Niente di che, si intende, solo una sosta alla lavanderia non prevista. Ecco, sì, solo questo.
- ma allora perché non funziona?
Il sosia di Dalì si gratta un sopracciglio con aria perplessa, richiama Gea che sta esagerando con le sue dimostrazioni di affetto.
- davvero non si è resa conto di cosa è successo?
Ma la risposta delle pupille stupite è più eloquente di qualunque parola.
Bene.
E allora forse è il caso di dirla la verità, una buona volta, anche se sembrerà follia.
Ed ecco una sedia apparsa da sotto il banco a sorreggere l’incredulità. La ragazza si appoggia ma non sa perché deve appoggiarsi. Però lo fa e intanto scrolla come può le tracce di fango all’altezza delle ginocchia, e accarezza Gea dietro le orecchie per tenerla buona.
Il sosia di Dalì ha occhi vivaci e baffi più all’insù di sempre.
E accade. Tutta la verità in quella frase che teme e si aspetta. E quanto più se l’aspetta tanto più si ribella.
E no, non può essere. Non scherziamo. Qui stiamo parlando di una macchina da scrivere mica di un congegno magico. E poi no, non esistono congegni magici. E poi sì, ho una clamorosa fantasia, ma questa no, non si chiama fantasia, questa è follia.
Scattare dalla punta della sedia in piedi deludendo la testa di cane cucciolo che già mugola disapprovazione.
E sentire intanto uno strano rullio al posto del muscolo cardiaco. Si chiami paura. Si chiami sorpresa… comunque si chiami è lì: un rullio che è un po’ angoscioso.
Reagire accusando il sosia di Dalì? Accusandolo di pazzia? Forse dovrebbe, potrebbe. Forse. Ma non cesserebbe quello strano rullio che le causa la certezza della verità.
- vado a casa, sì. Vado a casa, è meglio. Grazie per la macchina. Ora funzionerà. Ne sono certa.
