E così la ragazza dai capelli scuri se n’è andata lasciando il sosia di Dalì muto e pensieroso. Quando non è possibile dire di più. Quando forse le cose vanno scoperte da soli, provate sulla pelle… Gea ha fissato la figura in nero fuggire con passo malsicuro attraverso i banchi, con un mugolio di rimpianto per le carezze or ora cessate. E per i lacci. Non dimentichiamoci i lacci.
E lei sente ora bruciarle tra le braccia il suo idolo pericoloso. Non basta pensare che sia tutta una follia per convincersi che non sia vero. No, ecco, non ci vuole pensare. Ma non è facile. L’inquietudine punge sotto la lingua. Un soprammobile, farne un soprammobile. E basta. Così, nel dubbio non accadrà nulla. Ma le leggi della fisica…? Insomma come si fa a pensare che sia davvero possibile mutare le cose, cambiare i destini solo scrivendo due righe con una macchina da scrivere? Che non ha niente di speciale tra l’altro. Un po’ arrugginita, un po’ troppo vecchia, anche un po’ troppo rovinata. Anche se comunque splendida.
Non pensiamoci, no. Ecco, per ora, un originale soprammobile.
Così è.
E pensiamo momentaneamente ad altro, facciamo finta di dimenticarci. A volte capita, no? A volte il sapore delle coincidenze ci resta attaccato alla pelle costringendoci a costruire dei delicatissimi mondi, anche se non vogliamo. Per la ragazza dai capelli scuri non si tratta solo di una coincidenza. Pensiamo a quando dovesse pungere di più.
- La macchina non ha niente. Solo un po’ di polvere.
Così si sente dire dal sosia di Dalì. Ma lui non l’ha quasi neanche guardata la macchina. E allora la ragazza dai capelli scuri si fa perplessa, ed è perplessa pure mentre Gea le stampa sul cappotto buono le sue zampe fangose. Niente di che, si intende, solo una sosta alla lavanderia non prevista. Ecco, sì, solo questo.
- ma allora perché non funziona?
Il sosia di Dalì si gratta un sopracciglio con aria perplessa, richiama Gea che sta esagerando con le sue dimostrazioni di affetto.
- davvero non si è resa conto di cosa è successo?
Ma la risposta delle pupille stupite è più eloquente di qualunque parola.
Bene.
E allora forse è il caso di dirla la verità, una buona volta, anche se sembrerà follia.
Ed ecco una sedia apparsa da sotto il banco a sorreggere l’incredulità. La ragazza si appoggia ma non sa perché deve appoggiarsi. Però lo fa e intanto scrolla come può le tracce di fango all’altezza delle ginocchia, e accarezza Gea dietro le orecchie per tenerla buona.
Il sosia di Dalì ha occhi vivaci e baffi più all’insù di sempre.
E accade. Tutta la verità in quella frase che teme e si aspetta. E quanto più se l’aspetta tanto più si ribella.
E no, non può essere. Non scherziamo. Qui stiamo parlando di una macchina da scrivere mica di un congegno magico. E poi no, non esistono congegni magici. E poi sì, ho una clamorosa fantasia, ma questa no, non si chiama fantasia, questa è follia.
Scattare dalla punta della sedia in piedi deludendo la testa di cane cucciolo che già mugola disapprovazione.
E sentire intanto uno strano rullio al posto del muscolo cardiaco. Si chiami paura. Si chiami sorpresa… comunque si chiami è lì: un rullio che è un po’ angoscioso.
Reagire accusando il sosia di Dalì? Accusandolo di pazzia? Forse dovrebbe, potrebbe. Forse. Ma non cesserebbe quello strano rullio che le causa la certezza della verità.
- vado a casa, sì. Vado a casa, è meglio. Grazie per la macchina. Ora funzionerà. Ne sono certa.
È passata un’altra settimana. Semplice. Sì, l’aperitivo con un amico. Il concerto jazz in un locale lungo il fiume. Poi niente. La macchina da scrivere a riposare sotto una stoffa perché non si carichi di polvere. In attesa che il sosia di Dalì suggerisca il da farsi.
Il ricordo delle percezioni sbiadisce sempre, il ricordo delle coincidenze, quelle che ci hanno fatto sobbalzare quasi per una strana indefinibile paura (che sì, si può forse chiamare paura), in parte resta, ma si fa silenzioso. Non crea fastidi.
Il sosia di Dalì alleva gatti per lei e lei lo ignora. È che un gatto non può mancare in una casa con macchina da scrivere. I gatti fanno sempre bene all’ispirazione, oltre ad abbassare la pressione se uno ha problemi di ipertensione. Ma questo non è il caso della ragazza dai capelli scuri. Solo l’idea è passata per un attimo nella mente del sosia di Dalì.
È così. Alleva gatti per lei. In casa c’è Gea e accanto al mercatino ci sono i gatti. Arrivano a frotte e si appostano dietro le macchine in sosta a distanza di sicurezza dal cane giovane. Il sosia di Dalì si porta sempre dietro qualcosa per loro e non dubita che un giorno troverà il gatto giusto per lei.
Per ora c’è da aspettarla. E questa volta arriverà. Si sistema la sciarpa attorno al collo intanto. Fa un fischio a Gea che si è allontanata troppo inseguendo rari piccioni. Risponde ad una signora che gli chiede il prezzo di una statua. e poi eccola: prima di vederla sente il suo passo tra la gente. Ha i capelli raccolti sotto il cappello, tanto che sembra li abbia tagliati, e ha una sciarpa rossa tirata sulla bocca, e poi ha dei guanti multicolore, e ha il suo idolo silenzioso sotto il braccio, protetto da una stoffa chiara.
La ragazza dai capelli scuri si ferma davanti al banco, fa una carezza a Gea che è venuta a giocare coi lacci delle sue scarpe, aspetta che le due signore davanti a lei vadano via. E ha gli occhi bassi e non si accorge che il sosia di Dalì guarda lei, aspetta lei, e che quasi non risponde alle richieste delle due donne in pelliccia davanti a lui.
E poi infine, eccoli di fronte. Lei ha una gran voglia di raccontare dell’uomo con la barba, della pozzanghera e del pesce baffuto, ma poi si rende conto che non ha senso, che tutte quelle divagazioni (sì, perché altro non sono se non divagazioni della sua testa) non possono interessare ad uno sconosciuto, e che è andata lì per la macchina, solo per la macchina. Arrossisce, senza volerlo. E tutto quello che le è venuto in mente è messo a tacere. Resta un “questa macchina deve avere qualche problema; può aiutarmi?”
E il sosia di Dalì che un attimo prima si aspettava una confessione, e in punta di piedi attendeva, e non stava più nella pelle, e si diceva “ha capito, certo che ha capito”, deve tendere le braccia con una certa visibile delusione per prendere l’idolo infagottato.
E lei se ne accorge, si accorge per forza della sua delusione, anche perché è sensibile questa ragazza dai capelli scuri. Strano che ancora non abbia capito qual è la verità.
La verità. Cos’è la verità.
La ragazza dai capelli scuri si è alzata con questa frase nella testa. Residuo di un sogno forse. Forse reazione alla strana avventura della sera prima.
Un’angoscia strana, da tagliare a fette, prima della vasca da bagno. Poi niente. Solo il tiepido bisogno di dormire.
E di nuovo ora preme il bisogno di riparare la macchina da scrivere o forse riparare se stessa e capire certe inquietudini. E però sa che il sosia di Dalì non ci sarà prima di domenica a meno che non riesca a scovarlo da qualche altra parte, in giro per le strade.
Ma in fondo il suo tenero arrugginito idolo può aspettare. Lo guarda, inondato dalla luce del mattino. Nell’aria l’odore del pane fresco e di cornetti caldi (il forno di sotto). E desiderio di un camino. Sì, proprio un camino da casa antica, con fuoco acceso. E basta.
E invece no, e invece c’è un lavoro da svolgere, la biglietteria da aprire. E c’è da correre per la strada perché la sveglia non ha suonato quando era il momento e se ne accorge ora, mentre casualmente sfiora con lo sguardo l’orologio della cucina. E la casa è fredda, mio Dio, com’è fredda.
Via, nell’odore di neve che punge. E arriverà, certo che arriverà. Non troppa. Giusto qualche fiocco.
Dei ragazzi pattinano sulla pista artificiale, inguantati. La ragazza con i capelli scuri si cala sul viso il cappello e cammina a passo svelto, il più svelto che ha.
Finché..
Finché deve rallentare, perché c’è un traffico incredibile, perché, si capisce bene per quale motivo, una serie di macchine stazionano e strombettano, e neppure i pedoni riescono a proseguire. C’è una folla di gente, nel mezzo un gruppo di turisti cinesi chiaramente disorientati. Lei riesce a infilarsi incuneandosi tra i gomiti e i fianchi, tra le stoffe e le sciarpe e gli odori e le perplessità di uno due tre quattro…venti circa passanti. E poi basta. Resta bloccata pure lei, e guarda in su, uno spicchio di cielo che non sembra da neve. E mentre si sta spaesando proprio allora lo sente: un respiro. C’è un vociare confuso, tutti che si domandano che succede, e arrivano delle ambulanze e poi la polizia… eppure lei sente un respiro. Così vicino. E tutto il resto scompare. Un respiro come un richiamo. E si gira sì, perché uno non può mica respirare così sul collo altrui come fosse niente, fintamente risentita perché in realtà non lo è. Si gira perché è curiosa, perché sa, sente, che quel respiro non era casuale.
Però niente. Dietro di lei una mamma con bambino.
Si fanno interrogative le pupille, si piegano le sopracciglia. Nel dubbio.
Niente mercatino. I passi riportano a casa. Sperando taccia il tamburo che ha nei polmoni dopo quello che è successo. O non è successo.
I passi riportano a casa, al caldo rassicurante della stanza dalle pareti pastello.
In bagno il vapore dell’acqua calda ha fatto una spessa nuvola. Sullo specchio il profilo è sfumato. Prova a disegnare un sorriso con un dito.
Poi sprofonda nella vasca. (Lo stesso bisogno che può sentire chi si è appena inzuppato di pioggia gelata).
La macchina da scrivere è inceppata. È un fatto. Ma dovrà aspettare qualche giorno prima che il sosia di Dalì dia un’occhiata e emani il suo responso. Intanto, tolta la plastica – umida, inspiegabilmente umida – eccola al posto che le è stato consacrato: le persiane sono accostate, filtra la luce, un raggio proprio sulla lettera G.
E il respiro è ancora agitato, una strana sensazione, mentre la ragazza con i capelli scuri prova a scaldarsi, solo la testa fuori dalla schiuma.
(Laudata sii sorella acqua…)
-solo una fantasia, solo una fantasia, solo una fantasia.
E ripeterselo, ripeterselo più volte possibile, come per convincersene, quando il ricordo è forte, tenace, il ricordo del pesce grigio tra le onde dei capelli, occhi negli occhi, di fronte alla sua faccia.
-basta.
E sprofondare, anche con la testa, ad occhi chiusi…E restare a mollo, fino a farsi venire le grinze sui polpastrelli, restare a mollo fino a spaesarsi, fino a che il pensiero si stordisce e resta solo un immenso bisogno di dormire.
C’è nell’aria l’odore della pioggia recente. Poche auto nel pomeriggio domenicale. Qualche bicicletta qua e là. Qualche cane con padrone a delimitare il territorio lungo il fiume.
E poi pozzanghere. Numero uno. Numero due. Numero tre. Una collezione di pozzanghere lungo il viale. Ognuna ha una forma diversa nella carezza del sole che ritorna. Ognuna riflette qualcosa. La porta di un palazzo. Il palo e i colori del semaforo. Degli alberi… dei rami di alberi quasi spogli, cornici di nuvole stracciate.
E un piede calzato di scarpa ballerina casualmente si bagna. Si inumidisce la punta, la suola di gomma, giusta per non scivolare. Ed è allora che accade l’inatteso. È allora che gli occhi abbassati a cercare il riflesso dei rami incontrano lo sguardo acquatico di un pesce grigio che sbatte brevemente la coda proprio tra un braccio d’albero e l’altro. Allora, proprio quando il peso del corpo è sull’altro piede, quello sull’asciutto del marciapiedi…
La ragazza con i capelli scuri, che ha la macchina da scrivere protetta sotto un’incerata e una borsa a tracolla (la solita borsa a tracolla), per un attimo perde l’equilibrio. È un momento, appena il tempo di un respiro, eppure è un tempo lunghissimo. Quando la gamba affonda nell’acqua. Le ballerine, entrambe si dimenano come pinne. O ci provano. Troppa acqua. Acqua di fiume? Acqua piovana. Abbastanza dolce. Acqua da pesce di fiume… I capelli si disfano, si allungano come morbidi sottili tentacoli. Mentre la macchina da scrivere resta stretta al petto, mentre la borsa si solleva e si solleva il cappotto. E manca l’aria. E il pesce nuota attorno a lei, attorno alla sciarpa all’improvviso aureola, attorno alle ballerine. E l’acqua è fredda, come tutta l’acqua d’inverno.
Congelarsi dalla sorpresa e per l’impatto. D’acqua gli occhi e le labbra d’un tratto, d’acqua le mani, le dita che si sforzano di tenere la macchina stretta al corpo, perché non affonda, perché non precipiti chissà dove chissà quando.
E per la sorpresa non riuscire a nuotare.
E con il suo idolo che le ingombra le braccia non sapere che fare.
Finché la borsa di apre. Il pesce grigio fin lì, a sfiorare con le sue branchie il gancio che la chiude. E il foglio esce. Sì, proprio quel foglio. Il foglio della prima maldestra e folle improvvisazione.
Ma non è successo nulla. È stato solo un inciampo e nell’inciampo un volo della fantasia impazzita. Riprende l’equilibrio e riprende fiato e si scuote e riflette. E le ballerine sono entrambe bagnate. Ma la pozzanghera è una pozzanghera e il pesce non esiste ed esistono solo i lunghi riflessi dei rami d’inverno. E la macchina da scrivere avvolta nella plastica un po’ bagnata. E la borsa a tracolla aperta. Aperta? E i capelli umidi, ma solo un po’. E dei fogli per terra. Sfuggiti alla borsa. Il vento? E lì, nella pozzanghera breve scolorisce l’invenzione del giorno dell’acquisto.
Non è stato nulla.
Che idee. Un pesce grigio… sprofondare… soffocare nell’acqua.
- non devo neppure scriverle certe invenzioni folli.
Ma mentre lo pensa ecco scolorano le lettere, scompaiono. E si restringe la pozzanghera. Ne resta un ricordo leggero nell’aria di sole invernale.
Piove di nuovo, ma dolcemente, a gocce rade.
Il sosia di Dalì, con la giovane Gea, legge un libro antico riparandosi la testa sotto la tettoia del mercatino. E attende. Attende che la ragazza dai capelli scuri ritorni. Per sorriderle e forse per spiegarle. Anche se forse è presto. Anche se forse è ancora lontana la consapevolezza.
Il tenero affollato mondo del mercatino si anima di lei ogni volta che, al rintocco domenicale, si ascoltano i suoi passi sulle pietre della piazza. Gea tende l’orecchio di cane cucciolo. Dalì smette di leggere e aspetta. La sfera di cristallo non svela nulla. I fondi di caffè meno che mai.
Sono tutti un po’ magici, tutti i mercatini del mondo. Con tutta la polvere di esistenze diverse che gli oggetti conservano.
(Come vuoi che non ci sia nel resto anche qualche grano sensibile, qualche soffio di essenza soprannaturale).
Uno due tre
Tic tac tic
Ma l’ingranaggio si inceppa, le lettere qualche volta si sovrappongono, si accavallano, incapaci di allinearsi con ordine su una riga. Perché?
La ragazza dai capelli scuri si spazientisce. Sorseggia la sua tisana nella stanza dalle pareti pastello e si spazientisce. Ascolta la pioggia scendere ritmicamente dalla grondaia e si spazientisce.
Che c’è che non va nel suo silenzioso idolo arrugginito? Guarda riguarda, cerca polvere da togliere, invisibile polvere che possa fare da inciampo. Cerca qualcosa che non va nei tasti. E invece no. Tutto sembra a posto. È nei suoi polpastrelli che si condensa l’ansia, l’ansia e il dubbio di non sapere, l’ansia e la confusione del troppo pensare.
Ok, appena smette di piovere, si va dal sosia di Salvador Dalì a chiedere spiegazioni.
I giorni sono tutti uguali al museo. La polvere eternamente si posa. Portano gruppi di bambini in giro ogni tanto e allora ci si può divertire a scambiarsi le boccacce con loro come non si avesse più di dieci anni. L’infanzia finalmente.
Perché crescere può anche essere restare bambini, infinitamente bambini. Almeno in una zona del cuore. E con quella zona osare tutto ciò che si può osare, non credere che i giochi siano già fatti.
La ragazza dai capelli scuri lavora alla biglietteria. Oggi le bruciano i polpastrelli dal troppo scrivere. Più ideale che reale… più pensato che tentato. Perché la vecchia macchina da scrivere ogni tanto ha un sussulto, come di cosa antica che fatica ad accettare la sua resurrezione, e allora lei pensa che forse è il caso di parlarne con il signor sosia di Dalì, lì al mercatino, nella speranza che sappia darle la soluzione. Una medicina per il singhiozzo senile della machine à écrire…
Pensa al suo idolo silenzioso che prende il sole stentato di dicembre nell’aroma di caffè della stanza dalle pareti color pastello. E poi, dietro, tutti vagoni di pensieri altri, tutti quelli che la concentrazione della novità ha apparentemente cancellato.
E allora chiedersi perché tutti questi giorni sempre uguali. E interrogarsi intanto sul destino di uno due tre amici. E pensare che è naturale che un giorno ognuno di loro si cerchi un uomo, una donna, e poi un appartamento, non troppo piccolo, non troppo lussuoso, non troppo vicino al fiume, ideale sarebbe con due metri di giardino davanti e una cuccia per il cane.
Appoggiato il mento sul palmo della mano attende la coppia di turisti che non si decide e ammira per un istante le dita che si sfiorano con naturalezza, quelle dita rugose di settantenni che hanno deciso di girare il mondo. Beati, sempre beati. Forse. Per questo amore che dura, se non è forse abitudine più che amore. Ma l’amore può durare? Ma l’amore è quello dei compromessi della ragazza con cui divide l’appartamento? Della tenera insicura ragazza un po’ cresciuta, che ha paura, anzi no che dico paura, terrore, degli anni che passano e vorrebbe, anzi no pretende, una casa e un figlio, l’ultimo che la biologia può permetterle (dice lei). Se è questo l’amore, questi compromessi, uno dopo l’altro, e rinunciare alle passioni, spegnerle, stemperarle, e negarsi, dolcemente cambiarsi, e fare il bucato e stendere le lavatrici, perché lui no, non è capace. Se è questo l’amore, questa paura di osare di più, questo addormentarsi nell’abitudine, e insoddisfatti lasciarsi vivere. Perché meglio con qualcuno che soli. Anche se con questo qualcuno il sapore non è quello che ci si aspetterebbe, ma solo un tepore (e neppure troppo) di coperta d’inverno.
Un affollamento di pensieri, proprio mentre i turisti, una coppia di vecchi tedeschi, chiedono i biglietti, sempre tenendosi per mano. Con dolcezza signori, con dolcezza. L’amore con dolcezza a settant’anni.
E poi la mostra. Esposizione temporanea. Sempre amore, sempre passione è. Come fare a non pensarci.
“Far riparare la macchina da scrivere, sì far riparare la macchina”Il padrone di Gea ha i baffi lunghi alla Salvador Dalì. Ha dei larghi pantaloni di tela e una maglia a righe. Aspetta, guarda il suo orologio da taschino in attesa che scocchino le 10.10 perché in quel momento, lo sa, arriverà la ragazza coi capelli scuri. C’è un sole che sa di primavera anche se è già quasi dicembre. L’uomo-baffi alla Dalì chiude un occhio ai raggi. E voilà: eccola, sempre lei. Gea balza fuori dalla sua cuccia di stoffa e morde i lacci delle scarpe della nuova arrivata. Che ha gambe lunghe e una borsa che arriva al ginocchio e si morde le labbra pensierosa mentre fissa la macchina da scrivere e si mette una mano nella tasca del cappotto.
E il padrone di Gea la guarda sornione, sì, chiude il suo orologio da taschino e la guarda.
“Forza, questa volta ce la fai, questa volta la compri. Questa volta è lei che ti chiama. Questa volta la porterai a casa. È lucida, vedi, lucida così tanto che ti ci specchi”. Pensieri del padrone di Gea.
Lo specchio che tutto riflette duplica anche il gesto e lo sguardo di lei quasi turbato mentre le mani trovano i tasti, mentre accade quello che deve accadere.
Ecco, è fatta.
- Ha comprato un gran oggetto, miss, veramente un gran bell’oggetto.
- Lo so
E invece non lo sa abbastanza.
La ragazza dai capelli scuri se ne va con il suo idolo sotto il braccio, e rischia di perdere l’equilibrio nello scendere dal marciapiedi, ma tutto va bene e c’è tanta tantissima voglia di cominciare, di scriverci subito, inaugurare, se è giusto dire così. o non è forse meglio dire ridare vita ad una cosa addormentata.
Decide. Si siede lungo il fiume. È tranquillo e quasi deserto il mattino domenicale. Solo qualche cane che porta a spasso il suo padrone (Buongiorno, come va oggi? Oh bene, che fai oggi? Ma penso che mi riposerò).
Inchiostro e carta. Perfettamente funzionante…
Improvvisare. Giusto improvvisare.
Scrivere qualcosa di visionario, onirico… Ecco sì, così. Prima piano, poi veloci i polpastrelli sui tasti della macchina da scrivere.
“E la pioggia che smetta. Smetta finalmente. Sembra un tempo infinito che piove.
Che restino pozzanghere di luce sull’asfalto. Il cielo di nuovo chiaro.
E un riflesso di alberi spogli (a testa in giù).
E tra i rami specchiati ad un tratto inatteso un sottile grigissimo pesce baffuto…”
Tic tac tic
Nero su bianco…
Sorride da sola la ragazza dai capelli scuri. Sorride. Ma in fondo è solo una prova e non importa che non abbia molto senso quello che ha scritto. Va bene così.
- Ok, ok, godiamoci questo sole che sembra primavera anche solo per qualche minuto e poi torneremo a casa.
Ma non va come pensa che vada. Ed è un diluvio imprevisto, uno scrosciare d’acqua da togliere il fiato. E non c’è più sole, e anche il fiume si è fatto grigio. E i cani hanno smesso di portare in giro i loro padroni. E lei fa solo in tempo ad intrufolarsi in un portone spalancato, il foglio scritto piegato nella borsa, la macchina da scrivere protetta sotto il cappotto.
Dal suo rifugio di fortuna c’è lo spettacolo di una cascata impazzita sulla città. Tutte le riserve del cielo d’un tratto sul mondo di giù. Rotte le dighe…Inquietudine.. Tritoni e ninfe a bagnarsi sarebbero naturali. D’acqua gli occhi i capelli le mani, d’acqua il cuore…
Ma come un sogno rallenta la pioggia. Tintinna nei tubi accanto al rifugio della ragazza dai capelli scuri. È ricordo di barchette di carta nei rigagnoli accanto ai marciapiedi. Una quantità di tempo fa…
Rallenta la pioggia. Si spegne.
Nell’aria l’insistente sensazione dell’inatteso…